La città galleggiante, il ramingo e l’esordiente.

 

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Domenica scorsa sono stato per la mia seconda volta a Venezia.
Città che ho sempre rigettato a causa di un flusso turistico che non mi permette un avvicinamento sano e per colpa di una gita -quando ero giovanissimo- con i genitori e un gruppo di dipendenti comunali, in cui tutto ho visto tranne che lo spirito di questa meravigliosa città.
L’occasione di questo riavvicinamento non è stato il Carnevale come si potrebbe pensare, ma la presentazione del romanzo di Orlando Donfrancesco “Il Sole a Occidente” (Historica Edizioni, ve ne parlerò approfonditamente molto presto), della cui pubblicazione sono stato gioiosamente complice, così come del suo dietro le quinte umano. Una scrittura che omaggia i grandi libri decadenti, che riporta a vivere il ricordo in modo vivido e presente e non come qualcosa rinchiuso in una teca, a cui far riferimento con le lacrime agli occhi. Storia che vede protagonista Tancredi, un giovane che ricerca continuamente la bellezza, l’anela, per poterla afferrare -anche solo per un attimo- e poi nuovamente riprendere a inseguirla…
Uroboro di se stesso, questo anti-eroe vive con coscienziosa dissennatezza, in una scalata infinita della montagna incantata chiamata Io.
In queste poche parole c’è una sintesi della sintesi, delle pagine di un esordio che può ovviamente indugiare in un certo compiacimento dello spleen, ma che sicuramente è reminiscenza di una ricerca che ci appartiene e che incessantemente ci muove.

Ritornando a Venezia. Io ramingo ne ho colto una sfumatura assolutamente esoterica, nel suo piano frivolo, dovuto al Carnevale che incombeva in ogni angolo, locale, faccia che passasse accanto a me e ne sono rimasto estasiato, nonostante la pioggia continua e fiaccante. E tra le calli e i ponti, gli squarci temporali a cui assistevo (architettonici e ludici come un gruppo di Steampunk al teatro La Fenice), ho ritrovato un antico desiderio, quello di una maschera in cuoio.  Tra le migliaia di carta da poco e plastica, volevo riappropriarmi di quell’oggetto che anni fa mi conquistò mentre recitavo. Qui potevo ottenere un appagamento adolescenziale, grazie al candido e asettico sguardo di una BAUTA.

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Nell’estenuante camminata, sono inciampato ne LA PIETRA FILOSOFALE -S.Marco, Frezzeria 1735- e nel suo artigiano. Tra odore di cuoio, musica che usciva da una vecchia radio, lui lavorava sornione e io respiravo qualcosa di lontano. Come un bambino sfioravo i volti della tradizione, il pellame indurito, tutto un passato, un trapassato, che ancora viveva nei gesti che si consumavano dietro di me.
Una BAUTA bianca. L’ho presa. L’ho indossata. Sono uscito pieno di gratitudine e ho continuato il mio cammino verso la presentazione e il buon Orlando. Dopo tutto, sul treno l’ho osservata nuovamente accarezzandola.
Tutto sta per finire, ho pensato rivolgendomi agli artigiani, al mondo di bellezza e semplicità che abbiamo lasciato alle spalle per la praticità tecnologica, vestiaria etc… forse è stata la maschera, Venezia, i discorsi fatti davanti allo splendido pubblico di Orlando (tutti vestiti ‘600, con il grande Massimiliano Mocchia di Coggiola a partecipare come relatore)… forse è stato quel momento così simile a quello che vive la protagonista di Labyrinth nella sfera di cristallo… un sogno ovattato e rassicurante. O semplicemente la stanchezza, comunque la mia Bauta mi osserva e ci parliamo e non devo aspettare il carnevale per indossarla.

Alex Pietrogiacomi

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Un po’ di storia

La Bauta è il travestimento veneziano del 1600 per antonomasia. Il Lorenzetti lo definisce “abito d’uso” più che vera e propria maschera, portata indistintamente da uomini e donne di ogni ceto e condizione, essendo medesima la foggia, poteva succedere che si trovassero assieme “la più grande nobiltà, la plebe più vile, e i delatori più insigni”.

La storia della bauta

La bauta ha sì conosciuto il suo massimo successo tra XVII e XVIII secolo, ma le sue origini si perdono ben prima nel tempo: la sua prima attestazione data al XIII secolo, e resta in voga fino alla caduta della Repubblica di Venezia, alla fine del XVIII secolo. Una popolarità incredibile, quindi, dovuta sia al ruolo particolare delle maschere a Venezia, sia alla praticità di questo costume, sia alla tolleranza ad essa riservata.

Tra tutte le maschere di Venezia, infatti, la bauta è quella che ha il maggior permesso di vagare per calli e campi: anche nei giorni di San Marco e dell’Ascensione, per l’elezione di dogi e procuratori, quando le altre maschere sono bandite. E non è tutto: poiché la maschera è, per definizione, lo strumento per diventare qualcun altro, non solo i nobili hanno diritto al suo utilizzo, bensì anche le classi meno abbienti. E le donne. Ma vediamo perché.

Che cos’è la bauta?

Sembrerebbe un travestimento semplice, quasi scarno, ma non lo è: il mantelletto, infatti, può essere di seta, velluto o merletto; la maschera, invece, è di seta, velluto o cartone, dipinta di bianco o nero. Materiali diversi, dunque, a seconda di chi acquistava il costume, ma le parti che la costituiscono restano le stesse. Così come la forma della maschera, detta “volto”, o “larva”.

Behüten. “Proteggere”: il nome “bauta” deriva da questo verbo tedesco. Un nome assolutamente azzeccato, insomma, perché la bauta è un vero e proprio costume e, come tradisce il suo nome, protegge chi la indossa da sguardi indiscreti. Sguardi che vorrebbero svelare l’identità dellasiora mascara, ma non ci possono riuscire: iltabarro e il mantelletto, entrambi neri, coprono l’intero corpo, lasciando libero solo il volto. E sulla testa si cala un cappello floscio, di solito nero e a 2 o 3 punte, il tricorno.

Larva: altro nome non scelto a caso, dal momento che, in latino, significa “maschera teatrale”, ma anche “spettro”, che inquieta e tormenta i vivi; un nome ricco di mistero per una maschera dai molti segreti. Ma anche estremamente pratica: la forma a becco della sua parte inferiore permette di mangiare e bere senza doverla togliere, oltre a modificare la voce. Un travestimento completo, insomma, per diventare qualcun altro, mischiarsi con gli aristocratici e dare libero sfogo alla propria sete di libertà.

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